Per un giorno sono stato docente. Mi hanno chiesto infatti di tenere una lezione di comunicazione d’impresa al Master in Scienze della Grappa a San Michele all’Adige, Trento. Non ero ovviamente l’unico docente perché il tema è troppo grande e io mi occupo soprattutto di relazioni con la stampa, web, fiere ed eventi. Così il mio intervento si è concentrato proprio su questi aspetti della comunicazione d’impresa.
Ovviamente una parte della mia lezione è stata dedicata al comunicato stampa. Il punto focale è sempre lo stesso: quando è efficace? Perché a scrivere un comunicato stampa sono capaci (apparentemente) tutti, ma scriverlo in modo che venga anche letto e pubblicato è difficile. Per questo ho voluto interpellare sul tema proprio i destinatari dei comunicati stampa: i giornalisti. Ho spedito loro un questionario, veloce per non annoiare nessuno. Mi hanno risposto in un buon numero.
Alcuni giornalisti hanno allegato commenti che andavano al di là del tema "comunicato stampa", concentrandosi anche sul tema più generale della relazione tra ufficio stampa e giornalisti. Commenti che dimostrano che i rapporti tra questi due poli non sono dei più felici, che i giornalisti si sentono spesso bombardati da una comunicazione aziendale priva di valori-notizia, spesso meramente promozionale e quindi inutile. Inizio oggi a postare sul blog uno dei commenti, nei prossimi giorni andrò postandone altri.
Giornalista grande settimanale nazionale sulla situazione attuale degli uffici stampa: "Il più delle volte sono gestiti da uffici di pubbliche relazioni e organizzazione eventi che hanno diversi clienti ma seguono una logica aziendale invece che giornalistica. I comunicati stampa sono focalizzati su un unico argomento, le ragazze che li spediscono non sanno nulla al di fuori di quello che c’è scritto e se il giornalista ha bisogno di qualche informazione in più comincia un giro tortuoso di ricerca informazione, contatti con l’azienda eccetera eccetera, che fa solo perdere tempo. La scarsa preparazion e l’ocaggine (purtroppo è così) delle fanciulle che sono solo delle yes-women è una delle caratteristiche più irritanti e nocive. Nei casi (rari, purtroppo) in cui i comunicati stampa sono scritti e gestiti da giornalisti, ce ne si accorge subito, e infatti, guarda caso, vengono quasi sempre pubblicati".
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Credo che tu abbia ragione.
Nella maggior parte dei casi di comunicazione scritta aziendale (dai comunicati stampa alle relazioni quotidiane con i clienti via email, ecc.) il linguaggio utilizzato è sempre autoreferenziato (“noi siamo, Pinco Pallo è la prima realtà…”)
Quello che in genere non viene quasi mai opportunamente valutato è il “target”.
La prima considerazione è che la parola “target” (1) rende bene l’idea di come spesso viene considerato il nostro interlocutore: un vero e proprio obiettivo fisico bersagliato dai nostri messaggi.
La seconda considerazione è che spesso ci dimentichiamo della vera essenza di chi abbiamo di fronte e quindi non sappiamo, o non vogliamo sapere :-) i suoi gusti e le sue preferenze.
Per esempio nel caso di un comunicato stampa sarebbe importante sapere cosa il giornalista vuole in generale dalle nostre notizie (premesso che egli desideri riceverle…), cosa vuol leggere e soprattutto a cosa gli servono.
Questo primo step potrebbe già essere importante per stabilire una relazione e per offrirgli quello che in effetti vuol trovare nelle nostre comunicazioni.
L’idea di far scrivere comunicati ai giornalisti potrebbe essere interessante (anche per la categoria), ma mi piace di più pensare che con un buon corso di “scrittura efficace” tutte le yes-woman (e non) possano essere in grado di comunicare in maniera efficace i loro messaggi.
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(1) Io preferisco il termine interlocutore, forse perchè più italiani, forse perchè si basa sulla relazione reciproca.
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Simone, come vedrai dal post che ho appena aggiunto sono completamente d’accordo con te.
Non esiste, o almeno non dovrebbe esistere, un comunicato stampa senza notizia. Sull’idea che i comunicati stampa migliori sono quelli scritti da giornalisti, questo è un punto di vista della giornalista che ho contattato e onestamente non sono molto d’accordo. Anch’io ricevo comunicati stampa perché la mia società è editrice anche di una rivista. E quelli scritti da giornalisti non mi sono mai sembrati migliori di tanti altri.
Ma credo anche che a molte delle yes-women la fuorì difetti fondamentalmente l’efficacia comunicativa, che è una forma mentis, prima ancora che un fatto di forma. E per questo credo che anche con un corso di scrittura efficace molte delle yes-woman siano fondamentalmente irrecuperabili.