Ancora sul citizen journalism

laptop.jpgHo ricevuto parecchi commenti al mio post sul citizen journalism pubblicato in questo blog e sul Barbiere della Sera (Bds). Rispondo di seguito.

Chi paga i citizen reporters di Ohmynews? E quanto?

Per rispondere a questa domanda, vale la pena citare direttamente i dati proposti dall’ottimo articolo pubblicato su SFGate.com, che oltretutto analizza il fenomeno da un punto di vista socioculturale.

  • ogni giorno sono circa 150 le storie inviate al sito;
  • i lettori possono effettuare piccole donazioni se gradiscono un pezzo: l’autore del pezzo critico nei confronti della corte costituzionale sudcoreana ha ricevuto donazioni addirittura per 30.000 dollari USA;
  • del sito vengono visitate da 1.7 a 2 milioni di pagine ogni giorno (con una punta di 25 milioni durante le elezioni presidenziali del 2002);
  • dal 2003 Ohmynews realizza profitti e quest’anno il fatturato previsto è di 10 milioni di dollari;
  • i lettori dell’edizione internazioale in inglese sono per il 36% nordamericani, per il 39% europei e per il 17% di paesi asiatici extra-Corea del Sud.
  • le fonti di fatturato sono pubblicità per il 70%, servizi di syndication (servizi di agenzia) per il 20% e abbonamenti dei lettori a contenuti premium per il 10%;
  • gli autori dei pezzi, i citizen reporters, ricevono da 2 a 20 dollari per pezzo pubblicato, in base al merito;
  • il 76% degli autori sono uomini;
  • il 20% degli autori sono studenti di college, il 6% piccoli imprenditori;
  • il 73% degli autori hanno da 20 a 39 anni.

L’Europa avrà influenza sul fenomeno del citizen journalism in Italia?

Leggo in un commento:

Se prende piede, probabilmente sarà l’Europa a dare una qualche regolamentazione che supererà di botto tutte le istanze corporative di una certa parte del giornalismo italiano. Se in Europa non prende piede, resta tutto come prima.

Personalmente non vedo ragioni per le quali la UE dovrebbe regolamentare il fenomeno. D’altronde è l’Italia la patria della regolamentazione tant’è vero che esiste un albo dei giornalisti: in Europa non esiste e non vedo perché dovrebbero decidere di regolamentare la nuova figura se non lo hanno fatto per quella tradizionale.

Ma esiste o no il citizen journalism?

Leggo in un commento:

Non credo che esista alcun citizen journalism, esiste più semplicemente una libertà di parola garantita dalle Carte Fondamentali di alcuni Stati e di questa libertà usufruiscono i cittadini.

Non posso essere d’accordo. Secondo me il citizen journalism nasce certamente dalla libertà di parola garantita dalle democrazie, ma l’adesione di cittadini a progetti editoriali complessi e il loro attivismo indicano che per molti di loro è più che un semplice esercizio di un diritto, è un fatto serio. Possiamo poi discutere ovviamente sull’efficacia e la professionalità dei citizen reporters, ma siamo ben al di là come mentalità rispetto alle classiche "lettere al direttore".

Comunque per togliere di mezzo ogni possibile dubbio c’è chi sostiene senza mezzi termini che il citizen journalism è nato ed è già morto. Condivisibile o no, ma certamente interessante: questo è il punto di vista di Vincent Maher.

E per saperne di più?

Trovo che l’argomento sia molto interessante, soprattutto per me che mi occupo delle relazioni esterne: un cambiamento drastico nella filiera di produzione della notizia significherebbe per chi fa il mio lavoro rivedere in modo sostanziale l’allocazione delle risorse della comunicazione. E allora mi riprometto di tornare sull’argomento. Intanto ringrazio i lettori del Bds per avermi segnalato altre fonti interessanti sull’argomento:

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4 Responses to “Ancora sul citizen journalism”

  1. Noeyalin scrive:

    Finalmente qualcosa si muove! Il dibattito in Italia, rispetto all’America, arriva con enorme ritardo…

    Ps.complimenti per il blog.

  2. Dree scrive:

    pssstt… in italiano il plurale delle parole straniere non si fa. «link» e non «links» anche se sono più di uno

  3. Carlo scrive:

    Dree, in verità quando ho creato la pagina avevo riflettutto se era meglio “link” o “links”, conscio della regola che tu giustamente ricordi. Ma avendo una sola parola per indicare un’intera pagina di link ho preferito il plurale. Banale, forse non elegante, ma efficace.

  4. Hexholden scrive:

    Ma perchè si continua a dire che “in Italia il giornalismo e’ regolamentato” tirando sempre fuori l’Ordine? Ma a qualcuno verrebbe mai in mente di dire che il problema della giustizia in Italia è che esiste il Consiglio Superiore della Magistratura? Ebbene, sono entrambi organi di disciplina e autogoverno.
    A parte questo: tema – ed esempio – interessantissimo. Proprio oggi postavo sul tema dell’attenzione, di come i blog siano ormai in grado di competere in termini di audience con i mainstream media. Ma un esempio eclatante come questo di quanto il citizen journalism sia in grado di competere anche sulle revenue… mica male.
    Resta aperto il discorso del consenso: “orizzontale” o “verticale”? Cioe’: quant’e’ il rischio che Oh my news alla fine diventi “yet another newspaper”?
    Grazie per la segnalazione

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