Segnalo alcuni dati riportati da Slawka G. Scarso in un suo intervento su InfoCity riguardo alle fiere:
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oltre 1.000 manifestazioni fieristiche (195 a carattere internazionale, 422 nazionale e 113 regionale). In pratica l’Italia è seconda solo alla Germania sul mercato mondiale;
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le superfici aumenteranno nel 2006 del 23,4% rispetto al 2004. Forte crescita a Roma (+316,7%) Milano (+35%);
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200.000 imprese italiane partecipano alle fiere anno;
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giro d’affari conclusi durante i giorni delle fiere: 60 miliardi di euro;
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il 75,3% delle imprese considera la fiera come uno strumento fondamentale per il proprio sviluppo.
Una considerazione mia personale: i dati sono impressionanti da un punto di vista quantitativo, ma un’analisi qualitativa denuncerebbe lo stato di arrettratezza delle nostre fiere e dei servizi offerti (peraltro pagati carissimi dalle aziende). Per esperienza personale so che organizzare una fiera negli USA o in Germania è almeno dieci volte più semplice che nel nostro paese: meno burocrazia, più professionalità, più attenzione da parte degli organizzatori al cliente.
Sono d’accordo. Il mercato fieristico italiano è secondo a quello tedesco ormai da molti anni per questioni legate al particolare tessuto economico fatto soprattutto di micro, piccole e medie imprese che trovano nella fiera uno strumento oltre che di comunicazione, di relazione e di vendita insostituibile.
A livello di quartieri fieristici, organizzatori e costi, è vero, è tutto più caro.
Avere uno stand in Giappone (io per esperienza professionale conosco bene il quartiere fieristico di Osaka) costa quanto in Italia, che con i il tenore economico di quel Paese è un costo molto basso).
In Italia, a fronte di un costo salato, non si capisce come mai non debba corrispondere un servizio di alto livello.