PR: chi siamo?

Richard Edelman si è visto recentemente rifiutare "Public Relations" come possibile settore lavorativo. Edelman, che doveva indicare la sua professione in un modulo di banca, ha dovuto ripiegare su "Advertising" dietro l’insistenza di un impiegato. Il fatto che la vittima di questa negazione d’identità professionale sia stato il celebre Mr Edelman ha avuto non poca eco sul web. E così anche in Italia è partito il dibattito, con un post di Titti Zingone, uno di Enrico Bianchessi e uno di Sergio Veneziani. La discussione è parte dal significante per arrivare a cogliere l’attuale desolante significato collegato. L’altra sera stavo guardando la prima puntata di un nuovo reality che coinvolge un certo numero di belle e odiose ragazze e un numero pari di sfigati ma simpatici ragazzi (a essere più precisi leggevo qua e là i blog presenti nella mia lista e intanto buttavo un occhio alla televisione). A un certo punto, alla domanda del conduttore "Che fai nella vita?", una delle ragazze risponde "Faccio la PR in un locale" dettagliando con "accolgo i clienti, verifico che la loro serata stia andando per il verso giusto, che tutto sia a posto". E ho pensato: professione sputtanata. E’ illuminante a tale proposito anche quanto riporta Andrea Signori.
Ora Venezia si chiede e ci chiede: ma che nome ci diamo? Domanda legittima, che pone però l’accento di nuovo sul significante. Infatti stiamo ancora parlando di un termine, ma temo che anche se ne trovassimo uno nuovo e più efficace la sostanza cambierebbe di poco se non riusciamo a riposizionare nei confronti dei nostri committenti e dei nostri pubblici. Sì, esiste un "paradosso delle PR", come giustamente sottolinea Veneziani: non siamo bravi a gestire proprio le relazioni della nostra categoria. Là fuori le aziende hanno spesso la concezione delle PR come un male necessario, una pratica di riti fumosi di cui è difficile verificare qualitativamente la portata (o almeno è così in Italia, all’estero sembra diverso, soprattutto negli USA a quanto dicono).
A me piacerebbe spiegare meglio alle aziende cosa sono veramente le PR e illustrare loro i vantaggi di una politica di lungo termine. Mi piacerebbe che fosse un’azione che vedesse coinvolti più professionisti che parlano da persona ad azienda: quindi nomi, cognomi e facce per spiegare i fondamenti delle PR, la loro storia, la loro misurabilità, la loro efficacia. Mi piace pensare a un nuovo punto di riferimento, a più mani, con i volti e le parole di chi lavora nel campo, che finalmente cura le PR delle PR, qualcosa tipo cosasonolepr.it.
Una nota finale: a me il termine "pubbliche relazioni", o "relazioni pubbliche", fate un po’ voi, piace e tanto. Perché sintetizza in modo egregio la nostra mission: creare e gestire relazioni, ma direi network, con i propri pubblici di riferimento, un’azione a tutto campo. Termine sputtanato, ma decisamente efficace nel descrivere cosa dovrebbero essere le PR.

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  1. Gli stessi discorsi qui affrontati sono validi anche per il marketing e per l’advertising, tanto è vero che si parla da tempo di marketing del marketing e advertising dell’advertising, oltre che di pr delle pr. Non c’è che dire abbiamo perso credibilità a causa di pochi che hanno esagerato e di tanti che come così ben descritto (pr nelle discoteche) “usurpano” competenze che non hanno. Siamo quindi in buona compagnia. E’ inutile cambiare nomi e qualifiche, l’unica strada è percorrere la strada della competenza e della serietà professionalità.

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