Gli accenti e la buona comunicazione

Mi piace leggere Wise Word, il blog di Dan Santow: utile per capire come scrivere meglio in inglese, comprendere meglio le regole di stile, imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Ma oggi mi trovo in disaccordo con quanto afferma Dan sull’uso degli accenti per le parole straniere in inglese:

So here’s my advice:

* For proper nouns, especially any place or anything you could find on a map (São Paulo), the names of plays, books, pieces of music, operas (Götterdämmerung), etc., and people’s names (Antônio), use the accent if you’re sure it’s proper to do so (São Paulo is always São Paulo, but Antônio is sometimes just Antonio). If in doubt, don’t include the accent mark.
* As for other words of foreign origin (foreign to English speakers at least), I’d follow Bill Walsh’s advice and axe the accent marks.

Quindi per i nomi proprio Dan terrebbe gli accenti, negli altri casi diamoci un taglio, in fin dei conti per gli anglofoni sono un inutile orpello dato che non li usano. Anzi anche per i nomi propri, se si è in dubbio, invece di controllare, evitiamo di usare l’accento e siamo a posto.
Ebbene, ciò che colpisce di questo passaggio è l’estrema faciloneria con la quale uno degli uomini chiave di una delle più importanti agenzie di RP del mondo, la Edelman, liquida una questione culturale. Infatti gli accenti, al di là della pura questione ortografica, sono una questione culturale perché sono segni di una lingua che si è evoluta nei secoli e ha assunto una certa conformazione e struttura. Quindi tagliare accenti come fossero rami secchi mi sembra una risposta estremamente semplificatrice, tipica di una cultura, quella media americana, che si rivela efficiente perché vive su poche efficaci regole ma che mi pare sempre più in difficoltà nell’affrontare la complessità del mondo.
E forse è da questa cultura che origina una comunicazione push che è efficace quando colpisce grandi masse amorfe, o si illude di farlo, ma si infrange sulla scogliera delle individualità perché non riesce a cogliere la differenza. Spaventa un atteggiamento di estrema semplificazione di ogni questione linguistica perché la lingua è pensiero e il pensiero muove il mondo. Purtroppo mi sembra che molta della cultura americana sia basata su una tendenza alla riduzione ai minimi termini di ogni concetto, per renderlo più digeribile, incurante che questa continua semplificazione porta all’atrofia di parti del pensiero e alla loro morte. Mettere un accento significa capire che il mondo, in definitiva l’obiettivo di ogni grande società internazionale di RP che dovrebbe quindi andare al di là della propria tastiera americana.

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4 Responses to “Gli accenti e la buona comunicazione”

  1. pat scrive:

    Grazie per la segnalazione. Davvero un ottimo blog.

  2. MarketingPark scrive:

    Togliere gli accenti è irrispettoso della cultura altrui, un po’ come accadeva in un celebre periodo storico del nostro Paese, ove era obbligatorio italianizzare tutti i nomi stranieri e sui libri di testo scolastici si leggevano aberrazioni tipo Biagio Pascal e Renato Cartesio!

  3. Carlo scrive:

    @MarketingPark: Dan Santow mi ha risposto dicendo:
    "Carlo, I appreciate your thoughtful comment, and I agree that my advice is clearly English-oriented, but that’s also the language in which, and about which, I write. To be honest, I can’t comment on the rules and traditions that surround writing in English by those in non-English-speaking countries. But as for English written by those of us in the U.S., the UK, and Canada, I stand by my own advice."
    Insomma lui parla inglese e si cura della sua lingua. Continuerò a leggere Dan, tecnicamente interessante per chi come me usa l’inglese per lavoro, diciamo però che non mi aspetto grandi lezioni di multiculturalità.

  4. Luca Fantin scrive:

    l’accento è un tratto distintivo distintivo importantissimo nella fonologia, che identifica il ruolo comunicativo di quel fonema o unità minima cui ci si riferisce. Essendo quest’ultima ricca di significato sono d’accordo con voi nell’affermare che la Edelman sbaglia nel non considerarli.. cambierei la frase “If in doubt, don’t include the accent mark” con “if in doubt, consulting a phonological dictionary” … infiniti sono gli esempi (nell’italiano accetta Vs Accètta, pesca Vs pèsca) in cui il significato cambia. Ora.. che in un discorso scritto si vada ad inserire tutti gli accenti per qualsiasi parola forse è esagerato (ma non certe realtà dove risulta un must come in Spagna) ma se devo trattare con un cliente spagnolo, tedesco..come comunicatore credo sia irrispettoso ometterli.

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