La cronaca nera: si può interpretare?

Quando ero all’università mi ricordo che il nostro buon professore di giornalismo ci narrava dell’ineluttabile tendenza al sensazionalismo. Già all’epoca avevo una spiccata tendenza al rifiuto di qualsivoglia evento definito sbrigativamente eccezionale. Ci sono avvenimenti straordinari nella storia, ma non uno al giorno. Ma le linee editoriali di molti giornali non sembrano concepire questo limite. E fanno dello straordinario e del sensazionale un cavallo di battaglia, talvolta addirittura l’unico.

La cronaca nera è probabilmente uno dei generi che è stata maggiormente toccata dal sensazionalismo. Le prime pagine si fanno di nera, senza il morto ammazzato sembra che il giornale non valga gli spiccioli del suo prezzo. Come già detto, è una tendenza che a me non piace per niente. Però è un dato di fatto e in questi giorni mi domandavo se ai lettori veramente piace questa abbuffata di nera e, in caso affermativo, perché.

Nel 1999, Paolo Gambescia, direttore de L’Unità, in un’intervista ai ragazzi di Caffè Europa affermava:

"Quando io ho cominciato questo mestiere, 35 anni fa, a nessuno di noi veniva in mente di andare a capire perché ci fosse stato uno scippo o ci fosse stato un furto in appartamento; era un fenomeno di delinquenza comune punto e basta. Oggi, e questo è sicuramente positivo, la prima domanda che ti fai è: dove è avvenuto? Ai danni di chi? Perché? Ci sono stati altri episodi? E’ una cosa normale? Questo fa fare un salto nell’analisi, perché il fatto criminale non è più riferito solamente all’effetto che provoca rispetto al singolo caso ma è inquadrato in una visione molto più generale. In questo i giornali hanno fatto un salto, sicuramente. Sono i fatti, la condizione che crea le premesse per questo salto di analisi."

Oggi, a distanza di otto anni, mi pare invece che questo approccio sia completamente perso. Forse anche in Italia siamo addirittura pronti per quanto riportato da Carlo Felice Dalla Pasqua e da Mario Tedeschini Lalli: un blog ufficiale di una testata, The Homicide Report di Jill Leovy, che racconti ai lettori le morti violente, fornendo i dettagli che per ragioni tecniche, per esempio la necessità di andare stampa, sono stati omessi, o quelli di cui il giornalista è venuto a conoscenza successivamente.

Ciò che colpisce maggiormente è che oggi la stampa copre con efficienza e puntualità un numero molto elevato di casi di cronaca nera. Alcuni di questi vengono elevati a narrazioni che si protraggono per mesi, occupando spazi mediatici enormi senza però uscire dalla loro singolarità. L’episodio di Cogne o quello di Garlasco sono certamente rilevanti nel loro accadere, poi, invece che venire contestualizzati e spiegati, per quanto possibile, nei giorni e mesi successivi diventano piccole grandi storie di orrore fine a se stesso. Vengono forniti dettagli, anche i più insignificanti, ma sempre fermandosi al livello della pura sensazione. Perché quella madre avrebbe ucciso il figlio? Perché quel ragazzo avrebbe ucciso la fidanzata? Non è dato ascoltare opinioni che possano chiarire se si tratta di fenomeni elevati o di vere e proprie spie di un malessere sociale allarmante.

Una delle basi della cronaca è distinguere la narrazione dell’accaduto dal commento. Distinzione sacrosanta e fondamentale. Ad ogni modo pare che il commento, la spiegazione, la contestualizzazione dell’evento in un discorso più sociale e meno individuale, non sia più ricercata. Sempre più spesso mi sembra che passi una comunicazione a livello zero, che si ferma alla nozione, non fornisce una chiave interpretativa. A questo punto c’è da domandarsi se ciò sia fatto per ragioni organizzative – redazioni con sempre meno tempo, pezzi affidati a stagisti ancora incapaci di andare oltre il fatto – o perché veramente il pubblico desidera semplicemente il mostro in prima pagina, senza altri orpelli.

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