Se qualcuno si faceva ancora la domanda se i blogger sono giornalisti, tormentone sempre attuale, al di là di pronunciamenti legali più o meno ectalanti, la risposta ci viene da un caso pratico riportato da Alessandro Longo e che riguarda lo SkypePhone. Alessandro, giornalista e blogger, fa notare al popolo della blogosfera di avere riportato inesattezze sul prodotto. E gli dice: potevate verificare con l’ufficio stampa. Quelli gli rispondono: noi scriviamo da consumatori, non da giornalisti. E allora per favore i blogger che rispondono così smettano di atteggiarsi da professionisti dell’informazione perché chi fa informazione verifica le notizie alla fonte. Alcuni giornalisti sono anche blogger, ma i blogger generalmente non sono giornalisti. Se vogliono fare veramente informazione dal basso, si adeguino alla prassi: verifichino le fonti.
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Il caso dello SkypePhone: i blogger non sono giornalisti
sabato, novembre 17th, 2007I social network come fonte giornalistica
sabato, novembre 3rd, 2007Durante il servizio del TG1 sulla morte della studentessa inglese a Perugia è stato fatto riferimento esplicito a Facebook, mostrando le pagine della ragazza. E’ interessante notare come i social network diventano un’ulteriore fonte per i giornalisti, affiancandosi a quelle più tradizionali. Una fonte, tra l’altro, di notevole rilevanza perché è una narrazione autobiografica.
L’intervista non è terra senza regole
lunedì, ottobre 29th, 2007La giornalista di "60 Minutes" della CBS pone a Sarkozy, il presidente francese, una domanda sulla ormai ex-moglie Cecilia e lui, infuriato, si alza e se ne va (qui la notizia da Repubblica, qui il video sempre da Repubblica). Se la domanda era fuori dai temi concordati in precedenza, ha ragione Sarkozy. Sono infatti dell’opinione che una volta concordati i temi di un’intervista, questa possa spaziare a tutto campo su questi e l’intervistato non possa rifiutarsi di rispondere alle domande. In caso contrario ha la libertà di non fornire risposte. Un collega di un ufficio stampa mi ha raccontato di un episodio in cui ha interrotto un’intervista televisiva. Il giornalista, nell’occasione, ha incalzato l’intervistato su un tema che era stato precedentemente e concordamente escluso. Ragion per cui il collega ha liquidato il giornalista e la sua troupe. Avrei fatto lo stesso.
La cronaca nera: si può interpretare?
sabato, ottobre 13th, 2007Quando ero all’università mi ricordo che il nostro buon professore di giornalismo ci narrava dell’ineluttabile tendenza al sensazionalismo. Già all’epoca avevo una spiccata tendenza al rifiuto di qualsivoglia evento definito sbrigativamente eccezionale. Ci sono avvenimenti straordinari nella storia, ma non uno al giorno. Ma le linee editoriali di molti giornali non sembrano concepire questo limite. E fanno dello straordinario e del sensazionale un cavallo di battaglia, talvolta addirittura l’unico.
La cronaca nera è probabilmente uno dei generi che è stata maggiormente toccata dal sensazionalismo. Le prime pagine si fanno di nera, senza il morto ammazzato sembra che il giornale non valga gli spiccioli del suo prezzo. Come già detto, è una tendenza che a me non piace per niente. Però è un dato di fatto e in questi giorni mi domandavo se ai lettori veramente piace questa abbuffata di nera e, in caso affermativo, perché.
Nel 1999, Paolo Gambescia, direttore de L’Unità, in un’intervista ai ragazzi di Caffè Europa affermava:
"Quando io ho cominciato questo mestiere, 35 anni fa, a nessuno di noi veniva in mente di andare a capire perché ci fosse stato uno scippo o ci fosse stato un furto in appartamento; era un fenomeno di delinquenza comune punto e basta. Oggi, e questo è sicuramente positivo, la prima domanda che ti fai è: dove è avvenuto? Ai danni di chi? Perché? Ci sono stati altri episodi? E’ una cosa normale? Questo fa fare un salto nell’analisi, perché il fatto criminale non è più riferito solamente all’effetto che provoca rispetto al singolo caso ma è inquadrato in una visione molto più generale. In questo i giornali hanno fatto un salto, sicuramente. Sono i fatti, la condizione che crea le premesse per questo salto di analisi."
Oggi, a distanza di otto anni, mi pare invece che questo approccio sia completamente perso. Forse anche in Italia siamo addirittura pronti per quanto riportato da Carlo Felice Dalla Pasqua e da Mario Tedeschini Lalli: un blog ufficiale di una testata, The Homicide Report di Jill Leovy, che racconti ai lettori le morti violente, fornendo i dettagli che per ragioni tecniche, per esempio la necessità di andare stampa, sono stati omessi, o quelli di cui il giornalista è venuto a conoscenza successivamente.
Ciò che colpisce maggiormente è che oggi la stampa copre con efficienza e puntualità un numero molto elevato di casi di cronaca nera. Alcuni di questi vengono elevati a narrazioni che si protraggono per mesi, occupando spazi mediatici enormi senza però uscire dalla loro singolarità. L’episodio di Cogne o quello di Garlasco sono certamente rilevanti nel loro accadere, poi, invece che venire contestualizzati e spiegati, per quanto possibile, nei giorni e mesi successivi diventano piccole grandi storie di orrore fine a se stesso. Vengono forniti dettagli, anche i più insignificanti, ma sempre fermandosi al livello della pura sensazione. Perché quella madre avrebbe ucciso il figlio? Perché quel ragazzo avrebbe ucciso la fidanzata? Non è dato ascoltare opinioni che possano chiarire se si tratta di fenomeni elevati o di vere e proprie spie di un malessere sociale allarmante.
Una delle basi della cronaca è distinguere la narrazione dell’accaduto dal commento. Distinzione sacrosanta e fondamentale. Ad ogni modo pare che il commento, la spiegazione, la contestualizzazione dell’evento in un discorso più sociale e meno individuale, non sia più ricercata. Sempre più spesso mi sembra che passi una comunicazione a livello zero, che si ferma alla nozione, non fornisce una chiave interpretativa. A questo punto c’è da domandarsi se ciò sia fatto per ragioni organizzative – redazioni con sempre meno tempo, pezzi affidati a stagisti ancora incapaci di andare oltre il fatto – o perché veramente il pubblico desidera semplicemente il mostro in prima pagina, senza altri orpelli.
L’oggettività secondo Reuters
venerdì, settembre 28th, 2007Questa sera chiaccheravo con una collega straniera che lavora alla Reuters. Mi spiegava che non sa quanto si fermerà ancora in Italia perché normalmente Reuters turna i suoi corrispondenti ogni 3-5 anni. In questo modo cerca di evitare che si instaurino dei rapporti troppo stretti tra il corrispondente e il paese, rapporti che potrebbero minare la sua oggettività. E’ lo stesso meccanismo che si applica in diplomazia.