Dalle pagine delle lettere di "New Tabloid", il mensile dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia:
Carissimi, oggi ho cercato una rivista in edicola e I’edicolante mi ha chiesto che numero volessi. Io, guardandolo strano, ho risposto: il numero in edicola. Lui mi ha detto che si riferiva al numero di piede. Perché la rivista aveva come gadget un paio di scarpe. Poi ho visto un paio di sandali dorati celofanati insieme a un giornale di cui non si leggeva la testata. Li ho visti mentre stavo acquistando, a 12,90 euro, "Vie del Gusto" celofanata insieme a due set di sushi, completi di bacchette e stuoini di legno. Mi sono chiesto se acquistare due "Vie del Gusto" per avere il servizio da quattro, casomai arrivassero a casa degli amici. Ma invece del secondo set sushi ho comprato i sandali d’oro. E I’edicolante, di nuovo: "Che numero vuole?" In quello stesso istante ho deciso di iniziare una collezione di gadget. Potremmo farne una mostra (uso il plurale perché spero che diventiate miei complici), vendere i gadget all’asta e devolvere il ricavato a qualche associazione che si batte per un mondo migliore. Mi servono gadget originali, con la celofanatura intonsa. Accetto, in deroga, copie spaiate rivista-gadget per il pregresso. Astenersi da abbinamenti banali come "panini" di varia natura (salvo eccezioni tipo Espresso-Playboy), giornale libro, giornale film. Vanno bene, invece, borse, top, tanga, orologi, bandane e chi più ne ha più ne metta. Darei non so cosa per una bilancia pesapersone allegata a Gente che mi sono persa lo scorso anno. Vi farò sapere. Un caro saluto.
Saverio Paffumi
Ps. Il giornale con i sandali è "Stop"
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Compro il giornale con i sandali o i sandali senza il giornale?
venerdì, agosto 1st, 2008La radio che si vede non è radio
mercoledì, agosto 29th, 2007Mentre a me non dispiace l’idea di vedere la radio, vale a dire i conduttori in azione, Stefano Gallarini, che in radio ha lavorato per anni e ne è senza dubbio un profondo conoscitore, non è della stessa idea.
Giornalismo e responsabilità sull’informazione scientifica
lunedì, maggio 15th, 2006
C’è un punto che può essere spinoso nelle relazioni con la stampa quando si cura un ufficio stampa di un’azienda o di un ente che si occupa di ricerca scientifica. Questo punto è la precisione dell’informazione finale fornita dal giornalista al suo pubblico.
Mi spiego subito con un esempio, mia recente disavventura. Mi chiama una giornalista di uno dei due grandi e storici settimanali italiani. Sta facendo un servizio su un determinato tema e vorrebbe il parere di un esperto del settore. Il vicepresidente della società per cui lavoro è proprio un esperto del settore, avendo noi lavorato a lungo sul tema d’interesse della giornalista. Pongo in contatto direttamente la giornalista con il mio vicepresidente. Quando esce il pezzo scopriamo che le dichiarazioni del vicepresidente sono state completamente travisate, in modo a dir poco semplicistico e imbarazzante. Una telefonata, direttamente del vicepresidente, per capire cosa è successo. La signora risponde che ha passato il pezzo alla redazione e qualcuno, di là, ha fatto un po’ di editing (senza troppi complimenti a quanto sembra). Una situazione poco piacevole soprattutto perché le dichiarazioni mal riportate non sono state pubblicate su un settimanale qualunque, ma su uno dei più grandi del nostro paese. Non è colpa della giornalista, lei ha passato il pezzo. Non è colpa del redattore, lui ha fatto l’editing. Insomma , non è colpa di nessuno e neanche del sottoscritto perché noi non abbiamo potuto avere in revisione il pezzo. Apparentemente nessuno ha colpa in modo specifico: è la filiera che non ha funzionato. Ma il danno d’immagine per noi comunque c’è stato e il pubblico comunque ha letto cose non corrispondenti alla realtà.
Tutto ciò si sarebbe potuto evitare se avessimo potuto avere in revisione il testo, dato che il passaggio incriminato era tecnico. Ecco il problema: a molti giornalisti non piace dare in revisione i testi, nemmeno se si tratta di pezzi con elementi tecnici dove con grande facilità si può commettere un errore, riportare inesattezze. Vuoi perché il tempo scarseggia, vuoi perché alcuni giornalisti la prendono come un controllo del loro ruolo (e non metto in dubbio che il rischio in questo senso ci potrebbe essere). Fatto sta che l’unico controllo sull’esattezza tecnica di quanto scritto non è purtroppo delegabile al giornalista o alla redazione o ad altri. Nel caso specifico solo noi potevamo controllare la correttezza dell’editing della redazione perché eravamo gli unici veramente competenti. In altri casi abbiamo potuto farlo ed evitare che venissero pubblicate cose palesemente errate, non per malafede o cattiva volontà dell’estensore del pezzo, ma perché nessuno nasce tuttologo e, per quanto capaci si può essere, non si può arrivare cogliere i dettagli di un discorso scientifico in una telefonata di trenta-quaranta minuti.
Credo che questo sia un passaggio delicato che riguarda molte delle materie scientifiche che, per un motivo o per l’altro, vengono trattate sui grandi media generalisti in modo istantaneo, cioè laddove non assumono la forma di rubriche o inchieste gestite da un giornalista specializzato. Sembra al momento un nodo che non si riesce a sciogliere. Sapete meglio di me che la rettifica è sempre possibile, accettata da un punto di vista deontologico e tutelata legalmente. Ma sapete altrettanto meglio di me che il suo valore è pressoché nullo perché tutti ricordano la notizia, e nessuno si cura delle correzioni e delle precisazioni successive
L’informazione nel mondo enogastronomico
domenica, aprile 2nd, 2006In Wall Street di Oliver Stone, Gordon Gekko, cinico speculatore di borsa, esclama entusiasta : "The most valuable commodity I know of is information" ("Il bene più di valore che conosca è l’informazione", anche se nel film italiano commodity è stato scandalosamente tradotto con comodità, non so se per esigenze di doppiaggio o se per ignoranza).
L’informazione è veramente un bene di grandissimo valore e a me pare che nel mio settore ce ne sia sempre meno. Dando un’occhiata ai giornali di settore, alle numerose newsletter e ai blog noto che:
- la maggior parte dei pareri espressi sui prodotti non hanno una base oggettiva. Nel mondo del vino per potere esprimere un giudizio per molti è sufficiente: stappare la bottiglia, versarne una certa quantità nel bicchiere, procedere a una degustazione, assegnare un punteggio al vino in virtù di non si sa quale calcolo, diffondere ai quattro venti il parere (ho messo le fasi nell’ordine logico di esecuzione, ma non è mica certo che sia sempre così);
- le polemiche dei cosiddetti critici enogastronomici sono in aumento perché sono aumentati i canali attraverso i quali portarle avanti. Una volta le schermaglie tra i filofosi del vino si combattevano sulle riviste. Così prima di impiegare il costoso spazio di una rivista per scrivere scemenze ci si pensava un po’. Internet invece offre ampi spazi a basso costo ed è un fiorire di piccole polemiche e micro-litigi quotidiani;
- i produttori di vino non sanno più a che santo votarsi per emergere in questa confusione. Da una parte alcuni hanno scelto la via dell’indipendenza di mezzi ed espressione, come ha fatto Susanna Crociani, dall’altra molti cercano di entrare in giri di amicizie più o meno influenti, con costi che possono stritolare i bilanci aziendali.
Questa non è informazione, vale a dire che non è un trasferimento di conoscenza da un soggetto all’altro. Perché qui di conoscenza non ce n’è. Il mondo del vino è un settore sempre più autoreferenziale che sta drammaticamente amplificando questa sua tendenza con l’abuso di internet.
In questo momento apocalittico ho ricevuto l’altro giorno una telefonata da parte di una giornalista che ho molto apprezzato. Mi ha chiesto se poteva mandare in azienda una serie di prodotti e ricevere un’opinione. Le ho spiegato che per tracciare un profilo di un prodotto ed esprimere un parere ci affidiamo all’analisi sensoriale. Quindi dobbiamo riunire un gruppo di assaggiatori, sottoporgli i prodotti, raccogliere i dati, elaborarli su base statistica ed emettere un report finale. E questa è una procedura che avrebbe richiesto un certo tempo rispetto alla sempice degustazione personale. Quello che mi ha fatto piacere è che la giornalista ha compreso perfettamente l’approccio e mi ha detto che mi avrebbe richiamato più avanti per organizzare un gruppo di assaggio con maggiore calma. Ha capito quindi che lo facevo per darle un’informazione corretta per i suoi lettori e ha apprezzato la serietà.
Questo per dire che qualcosa sta iniziando a cambiare anche in un settore dominato per anni da grandi mostri sacri di cui la parola è stata legge per l’umanità intera (e da un codazzo di discepolucci con minore carisma che provano a fare i maestri di vita). Forse stiamo virando verso l’informazione, la strada è ancora lunga ma sembra che il pensiero di Gordon Gekko stia fortunamente riprendendo quota.
Aviaria e deontologia dei giornalisti
mercoledì, marzo 8th, 2006Guelfo Magrini di Nettari di Bacco pubblica un interessante commento sul tam tam mediatico scatenato dall’aviaria. E parla di deontologia della stampa, domandandosi:
La deontologia professionale non impone un senso della misura che sia utile a determinare l’opportunità della diffusione di notizie d’incerta provenienza o non rilevanti a livello di cifre, se non altro in termini di prevalenza accordata (prima pagina, pagine interne, trafiletto ecc)?
Bella domanda, me la sono fatta anch’io. Anzi, ce la siamo fatta in molti. La risposta è che l’approccio scandalistico alla notizia da parte di una parte della stampa italiana è purtroppo mera prassi quotidiana: la responsabilità sociale è l’ultimo dei pensieri.