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La pubblicità del kitsch

mercoledì, dicembre 28th, 2005

carta_igienica.jpgE’ stupefacente quanto siano poco rispettose delle differenze culturali alcune agenzie di pubblicità. In televisione è in onda da un po’ lo spot della Foxy Seta in cui un giovane imperatore cinese viene avvolto in morbida carta igienica. Alla faccia del rispetto per una cultura millenaria. E che dire delle donne indiane che ballano usando Rio Casa Mia in un misto di kitsch e banalità? Ancora alla faccia del rispetto un’altra cultura millenaria. Forse i copywriter non si sono accorti che quanto pittorescamente rappresentano in questi spot dozzinali è ormai parte della realtà italiana: sono centinaia di migliaia gli immigrati di origine cinese o indiana. Passi che ormai il ruolo della televisione è ormai ridotto ad appiattire e banalizzare, ma queste sono veramente campagne pubblicitarie degne di essere avvolte nella loro morbida carta igienica (insieme alle fervide menti che le hanno ideate).

SEO ovvero la battaglia sui motori di ricerca

venerdì, novembre 11th, 2005

lente_ingrandimento.jpgIn un recente articolo pubblicato su SearchEngineWatch, Rob Key, presidente e CEO of Converseon, ha riaffermato l’importanza di monitorare la propria immagine sul web e di curarla: "Se non vi definite, sarà il vostro pubblico a definirvi". E questo è proprio quello che nessun buon marcom manager vorrebbe mai che accaddesse. E quindi le parole di Key sono sacrosante.

Sempre nello stesso articolo si riporta un esempio di come i blog possano effettivamente danneggiare l’immagine aziendale. Ad esempio se su Google si effettua una ricerca con parole chiave "Walmart and unions", saltano fuori una serie di blog molto critici nei confronti dell’atteggiamento del colosso americano nei confronti dei sindacati. Ma ci viene detto che grazie a un’ottimizzazione dei propri contenuti Walmart è riuscito a piazzare una pagina ad hoc in seconda posizione nella ricerca incriminata, così da dire la sua e contrastare i blog che ritiene diffamatori.

Ma SearchEngineWatch ci avvisa anche che stare alla finestra non paga: bisogna essere proattivi. Dato che la miglior difesa è l’attacco, allora à la guerre comme à la guerre. Sembra che una parte della battaglia si giochi su comunicati stampa ottimizzati che possono piazzarsi bene sui motori di ricerca e quindi dare una bella mano alla comunicazione e al commerciale dell’azienda.

E alla fine l’asso pigliatutto: i blog. Dato che i blog si piazzano meglio dei siti aziendali, buttatevi sui blog: riformulate parte della comunicazione corporate in formato blog et voilà, ecco pronto un nuovo punto di forza della comunicazione.

La mia impressione? Le opinioni espresse in questo articolo hanno certamente un fondamento di verità, ma mi sembra che a tratti ci si dimentichi che, al di là dei piazzamenti nei motori di ricerca, i navigatori sono ancora dotati di una certa capacità critica per riconoscere informazione utile da mera comunicazione commerciale. Vale a dire che credo che i navigatori non prendano per oro colato una fonte solo perché la trovano nelle prime posizioni: molto probabilmente la visiteranno, ma trarrarrano le loro personali conclusioni (almeno in Europa: chiamatemi pure idealista).

Ancora sul citizen journalism

giovedì, ottobre 6th, 2005

laptop.jpgHo ricevuto parecchi commenti al mio post sul citizen journalism pubblicato in questo blog e sul Barbiere della Sera (Bds). Rispondo di seguito.

Chi paga i citizen reporters di Ohmynews? E quanto?

Per rispondere a questa domanda, vale la pena citare direttamente i dati proposti dall’ottimo articolo pubblicato su SFGate.com, che oltretutto analizza il fenomeno da un punto di vista socioculturale.

  • ogni giorno sono circa 150 le storie inviate al sito;
  • i lettori possono effettuare piccole donazioni se gradiscono un pezzo: l’autore del pezzo critico nei confronti della corte costituzionale sudcoreana ha ricevuto donazioni addirittura per 30.000 dollari USA;
  • del sito vengono visitate da 1.7 a 2 milioni di pagine ogni giorno (con una punta di 25 milioni durante le elezioni presidenziali del 2002);
  • dal 2003 Ohmynews realizza profitti e quest’anno il fatturato previsto è di 10 milioni di dollari;
  • i lettori dell’edizione internazioale in inglese sono per il 36% nordamericani, per il 39% europei e per il 17% di paesi asiatici extra-Corea del Sud.
  • le fonti di fatturato sono pubblicità per il 70%, servizi di syndication (servizi di agenzia) per il 20% e abbonamenti dei lettori a contenuti premium per il 10%;
  • gli autori dei pezzi, i citizen reporters, ricevono da 2 a 20 dollari per pezzo pubblicato, in base al merito;
  • il 76% degli autori sono uomini;
  • il 20% degli autori sono studenti di college, il 6% piccoli imprenditori;
  • il 73% degli autori hanno da 20 a 39 anni.

L’Europa avrà influenza sul fenomeno del citizen journalism in Italia?

Leggo in un commento:

Se prende piede, probabilmente sarà l’Europa a dare una qualche regolamentazione che supererà di botto tutte le istanze corporative di una certa parte del giornalismo italiano. Se in Europa non prende piede, resta tutto come prima.

Personalmente non vedo ragioni per le quali la UE dovrebbe regolamentare il fenomeno. D’altronde è l’Italia la patria della regolamentazione tant’è vero che esiste un albo dei giornalisti: in Europa non esiste e non vedo perché dovrebbero decidere di regolamentare la nuova figura se non lo hanno fatto per quella tradizionale.

Ma esiste o no il citizen journalism?

Leggo in un commento:

Non credo che esista alcun citizen journalism, esiste più semplicemente una libertà di parola garantita dalle Carte Fondamentali di alcuni Stati e di questa libertà usufruiscono i cittadini.

Non posso essere d’accordo. Secondo me il citizen journalism nasce certamente dalla libertà di parola garantita dalle democrazie, ma l’adesione di cittadini a progetti editoriali complessi e il loro attivismo indicano che per molti di loro è più che un semplice esercizio di un diritto, è un fatto serio. Possiamo poi discutere ovviamente sull’efficacia e la professionalità dei citizen reporters, ma siamo ben al di là come mentalità rispetto alle classiche "lettere al direttore".

Comunque per togliere di mezzo ogni possibile dubbio c’è chi sostiene senza mezzi termini che il citizen journalism è nato ed è già morto. Condivisibile o no, ma certamente interessante: questo è il punto di vista di Vincent Maher.

E per saperne di più?

Trovo che l’argomento sia molto interessante, soprattutto per me che mi occupo delle relazioni esterne: un cambiamento drastico nella filiera di produzione della notizia significherebbe per chi fa il mio lavoro rivedere in modo sostanziale l’allocazione delle risorse della comunicazione. E allora mi riprometto di tornare sull’argomento. Intanto ringrazio i lettori del Bds per avermi segnalato altre fonti interessanti sull’argomento:

News settimanale

lunedì, agosto 29th, 2005

news_settimanale.jpgInteressante questo "News". L’ho comprato per la prima volta in aeroporto, per ingannare il tempo. Ma poi mi sono accorto che, nonostante una foliazione ridotta, è un bel settimanale di servizio. In pezzi di poche battute si riesce a cogliere la sostanza delle notizie con alcune punte di approfondimento che spesso non si ritrovano su altri media. Inoltre gode di una grafica pulita e ordinata, il che non è male. In definitiva, rispetto ad altri settimanali, proprio perché flash-news è più efficace e preciso nel dare la notizia.