Interessante l’analisi di Gianluca Diegoli. Ma la mia domanda è sempre più: il "social" reale, quello delle relazioni uno a uno è davvero compatibile con una prospettiva di business di massa? In verità si può fare comunicazione di massa, broadcasting, con un’iniezione di social, ma pensare di mantenere una relazione uno a uno è utopia.
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Le tesi di [mini]marketing viste con gli occhi di un [mini]imprenditore
mercoledì, dicembre 17th, 2008
Non conosco di persona [mini]marketing, al secolo Gianluca Diegoli, ci siamo sentiti talvolta via blog o per e-mail. Da giovane imprenditore, se dovessi assumere un marketing manager, assumerei lui (nessuno si preoccupi: non credo di potermelo permettere ancora). Perché Gianluca è, rispetto a molti marketing manager che ho conosciuto, una persona prima di tutto, e non un automa, e soprattutto pensa. Mi sono letto stasera le sue tesi sul marketing, inutile dire che mi trovo d’accordo con molto di quanto dice, ma su altro, molto umilmente, mi sento di dissentire. Forse qui gioca un ruolo non indifferente la posizione che io e Gianluca occupiamo nei rispettivi settori. Lui è un affermato manager dell’ITC, io un giovane imprenditore della comunicazione in campo agroalimentare. Qualcuno ha detto che la differenza tra un manager e un imprenditore sta nel modo di affrontare il rischio: il manager lo affronta con i soldi di altri, l’imprenditore con i suoi. Forse questo fa viaggiare le due figure su binari paralleli che non si incontreranno mai ma che possono utilmente cooperare per il successo di un’azienda.
Gianluca mi ha convinto quando dice che…
Il non convenzionale è solo un farmaco antidolorifico locale nella malattia del marketing: perché faccia effetto ne devi aumentare le dosi ogni volta, ma a ogni applicazione diminuisce la ricettività delle persone. (53)
A me come imprenditore pare che la fiaba del viral sia un po’ finita. Non capisco quanto sia viral un marketing costruito a tavolino, a me sembra semplicemente un modo un po’ maldestro di cercare di arrivare al proprio cliente senza farsene accorgere e poi fargli “cucù!” dietro la spalla. Insomma un gettare il sasso e ritirare la mano, ne avevo già parlato qui.
Le vostre corporate communications guidelines, con i colori Pantone codificati scelti da una società di consulenza per un milione di euro, le specifiche dei millimetri di contorno da lasciare attorno al vostro logo e tutto il resto della vostra comunicazione coordinata, che occupa il 90% del tempo del vostro personale del dipartimento PR e immagine, non interessano a uno solo dei vostri clienti. Non ci credete? Provate di persona. (64)
A me viene freddo solamente a pensare che nella mia azienda qualcuno possa passare più del dovuto a discorrere dei temi di cui sopra. Siamo in pochi, i tempi sono sempre strettissimi: meglio dedicare qualche minuto in più ai clienti che alla propria corporate image. Perché i clienti parlano con noi, non con il nostro logo o il suo ingombro sulla carta intestata.
Non sono d’accordo con Gianluca quando dice che…
Solo la conversazione aziendale non ha un punto di saturazione. Supportate spazi di conversazione, anziché spazi per monologhi. (12)
Credo che tutto abbia un punto di saturazione. E che tutto abbia un’utilità marginale decrescente, probabilmente anche il sesso. E poi credo che ci sia un momento per conversare e uno per stare zitti. Insomma, degli abili conversatori ho sempre ammirato la capacità di sapere quando è il caso di tacere.
Non esistono più clienti “top”: ognuno di loro potrebbe avere un blog e domani essere al numero 1 di Google con un racconto di come l’avete considerato insignificante. Se aveste aperto una conversazione in precedenza, avreste avuto una possibilità in più di conoscere in modo diverso il vostro interlocutore, e renderlo partecipe anziché antagonista. (29)
Secondo questa logica ogni milanese potrebbe essere un potenziale serial killer. E cosa dovrebbe fare la polizia: passare il tempo a controllare l’esistenza di ogni cittadino per evitare di trovarsi un giorno un assassino? Non mi dispiace affatto parlare con la gente, credo che le aziende dovrebbero tenere aperto il canale con i propri clienti il più possibile, ma purtroppo il tempo è una risorsa limitata. E là fuori tra l’altro ci sono un sacco di mitomani: come faremo a capire chi è il vero potenziale assassino?
E’ giusto bloccare l’accesso al web e ai social network in azienda, se non avete intenzione di partecipare alla conversazione nei prossimi dieci anni – oppure se preferite spendere più avanti cento volte il costo del tempo utilizzato in rete dai vostri dipendenti in formatori e consulenti, che gli insegneranno ciò che avrebbero potuto imparare da soli. (37)
Attenzione però che i dipendenti non sono mica sempre degli evangelizzatori, certe volte sono dei bei fannulloni che desiderano passare la giornata nel modo più indolore possibile. All’imprenditore l’arduo, forse impossibile compito, di motivare questi signori: eviterei però di armare la mano dei fancazzisti. Non aggiungiamo altro masochismo allo sforzo di mandare avanti un’impresa in Italia.