Ieri alle 17.15 circa ho diffuso un comunicato critico verso un disegno di legge. Alle 18.15 circa l’ufficio stampa del relatore del disegno di legge ha diffuso un contro-comunicato. In cinque anni è la prima volta che vedo una risposta così tempestiva. Sicuramente una mossa intelligente, volta a entrare sul pezzo immediatamente.
Botta e risposta tra uffici stampa
Il communication manager è un assistente sociale?
Dando un’occhiata al sito della Ferpi, molto rinnovato, e bene, dall’ultima mia visita, mi sono soffermato sulla sezione offerte di lavoro, per vedere che aria tira nel settore. Mi sono imbattuto in "Multinazionale chimica, cerca PR & Communication manager per la propria sede di Milano" che recita:
Multinazionale chimica, cerca PR & Communication manager per la propria sede di Milano. [...] Deve essere pertanto in grado di scrivere articoli, comunicati stampa, organizzare press trip (anche logisticamente, se necessario) e conferenze stampa, accompagnare e guidare i giornalisti nella redazione dei testi e redazionali [...]
Accompagnare e guidare i giornalisti? Ma stanno cercando un responsabile della comunicazione o un assistente sociale?
Vino: prove pratiche e inutili di comunicazione di crisi

Interessante osservare la comunicazione del mondo del vino in questi giorni di crisi dopo la pubblicazione dell’articolo de L’Espresso dal chiaro titolo "Velenitaly". Un pezzo scritto con l’obiettivo dello scandalo e dello scoop, un giornalismo che il prof. Zironi, uno dei luminari dell’enologia in Italia in questo momento, ha definito giustamente e impietosamente "giornalismo da guardoni". Giornalisti a caccia della notizia, com’è giusto che sia, ma soprattutto alla ricerca di facile visibilità sulla pelle altrui (e questo credo sia fuori dall’etica, cari colleghi). Tanto in questo paese nessuno paga per le inesattezze commesse (e ne so qualcosa dato che anche la grappa, settore in cui lavoro, è stata toccata da queste penne illuminate pagate un tanto al chilo per gettare merda, scusate il termine, sul resto del mondo. Ma le stesse penne illuminate sono state costrette a rettificare qui quanto prima affermato qui).
Ciò detto guardiamo come ha reagito il mondo del vino (si tratta solo di alcuni riferimenti, in verità c’è già un’ampia letteratura in materia):
- i giornalisti da scoop (qui):
- i giornalisti con la testa sulle spalle (qui, ma qualcuno direbbe, ingiustamente, pavidi):
- i vari commentatori-blogger, pari ai giornalisti guardoni, forse peggio perché loro non hanno neanche la notizia, la commentano solo, non meritano neppure di essere linkati;
- gli enti e le associazioni del vino che "plaudono e bla bla bla" (un esempio qui).
Comments are welcomed. Ma forse è meglio lasciare perdere: nessuno ha sinora saputo gestire la crisi. Tanti proclami, poca capacità di reagire con dati ineluttabili, poca capacità di fare la guerra a un giornalismo che ci sotterrerà tutti.
P.S. Chi scrive è iscritto all’Ordine dei Giornalisti, ma ogni anno si chiede perché deve versare la quota. Fortuna che almeno è deducibile dalle tasse. Per quanto riguarda l’immagine: mentre scrivo sto guardando i Simpsons e a me Homer sembra molto più affidabile dell’80% dei colleghi che ho visto scrivere del caso in questi giorni.
Comunicazione non convenzionale: domande e risposte
Andrea, laureando in Relazioni pubbliche e pubblicità, mi ha posto qualche domanda sulla comunicazione non convenzionale per la sua tesi. Gli ho fornito il mio punto di vista, ma sappiamo bene che la blogosfera è terreno fertile per confronti di questo tipo. Le domande mi sono sembrate molto interessanti, lascio a voi le mie risposte. Voi, se avete tempo e voglia, lasciate i vostri commenti, credo potrebbero tornare molto utili ad Andrea (magari presentatevi brevemente, gli serve per contestualizzare le opinioni che riporta nella tesi).
Secondo Lei, cos’è la comunicazione non convenzionale?
E’ tutta la comunicazione che non usa modalità tradizionali e che spesso utilizza modalità interattive e viral per propagarsi. Credo uno dei suoi caratteri principali sia proprio che trae la sua energia locomotrice dal soggetto con cui viene in contatto, che quindi non agisce passivamente, ma passa avanti questa comunicazione.
Come si definisce se una cosa è guerrilla oppure no? Esiste un confine tra pubblicità convenzionale e non convenzionale o è solo una scelta di media?
A mio avviso esiste proprio in virtù di quanto appena detto. Laddove c’è una comunicazione che trae la sua energia di propagazione dal contatto con l’utente, che vive grazie all’interazione con lui/lei, allora si può parlare di viral o guerrilla.
Quali sono i limiti della comunicazione guerrilla?
Dato il coinvolgimento dell’utente nella comunicazione, questo può decidere di farla morire o di trasformarla. Si presta di più a una ridefinizione semantica. E’ più soggetta a una controguerrilla da parte dell’utente, a una rielaborazione di senso così come inteso in alcune teorie degli anni Settanta.
La comunicazione non convenzionale prende lo spunto dalle teorie di Jay Conrad Levinson e dal suo primo libro Guerrilla Marketing. Lei crede che ad oggi ci sia ancora spazio per i guru della comunicazione?
Recentemente un comunicato stampa che ho ricevuto esaltava un "guru della comunicazione" come motore di un certo progetto di comunicazione. Esistono certamente menti geniali che sono un passo avanti nell’elaborare idee che spesso sono solo in embrione. "Guru" ha assunto negli anni un’accezione negativa che indica un soggetto incline all’autoreferenzialità. Oggi invece stare in rete, non solo quella virtuale, soprattutto quella sociale, ascoltare e rielaborare è fondamentale. Al centro c’è lo scambio.
E’ corretto comprendere la comunicazione non convenzionale tra gli strumenti a disposizione di un’azienda o di un’agenzia oppure è semplicemente una moda? E se è semplicemente una moda quando finirà secondo Lei?
Ciò che oggi non è convenzionale viene usato come tale dai primi operatori della comunicazione, poi per praticità viene standardizzato e utilizzato anche da attori dalla mentalità molto convenzionale. Così diventa una pratica convenzionale. Non credo sia una moda, né che finirà: semplicemente ci sarà la nascita di nuovi strumenti non convenzionali in sostituzione di altri convenzionalizzati.
Alcuni ritengono che non tutti i prodotti siano "comunicabili" in modo non convenzionale. Lei crede che esistano beni specifici che possono essere comunicati in questo modo? Se sì, quali sono?
Onestamente credo che per ogni prodotto possa esserci una possibilità di comunicarlo in modo non convenzionale. Lavoro nell’agroalimentare, settore molto tradizionale che basa molta della sua comunicazione normalmente sulla pubblicità, sull’attività fieristica e su un’attività molto convenzionale di relazioni pubbliche. Ma anche in un settore che potrebbe apparire a prima vista molto rigido si stanno moltiplicado i casi di marketing non convenzionale. Molto utili sono state le contaminazioni con la blogosfera, i tentativi di disintermediazione, per esempio i produttori come Gianpaolo Paglia di Poggio Argentiera, ma con lui altri, che hanno messo la faccia prima della bottiglia, risemantizzando i propri prodotti.
Secondo Lei, anche il pubblico di riferimento deve essere "adatto" per ricevere comunicazione guerrilla?
Dipende da come è strutturata la comunicazione. Ma credo che fondamentalmente il pubblico medio sia pronto per la guerrilla. Forse alcune fasce di pubblico sono ancora da raggiungere in modo più convenzionale. Mi viene in mente in particolare una certa fascia di pubblico nel wine&food che non potrà che essere raggiunta da un certo tipo di comunicazione esercitata attraverso certe riviste specifiche.
Secondo Lei la comunicazione non convenzionale può essere recepita da certe persone come truffaldina o ingannevole? Dov’è l’etica nell’organizzazione di pseudo-eventi?
Forse la gente comune potrebbe percepire maggiormente ingannevole una comunicazione non convenzionale perché ne conosce meno i meccanismi, mentre su quella convenzionale ormai è rodata e sa come relazionarsi con essa. Ma tornando alle teorie della resistenza degli anni Settanta di cui sopra, sono convinto che la gente esercita comunque un controllo sul messaggio, arrivando perfino a mutuarne solo la parte a proprio favore. Nel caso degli eventi ad hoc, non pseudo-eventi perché comunque sono eventi, credo che la gente possa parteciparvi e distinguere, anche inconsciamente, il prodotto dall’evento, addirittura rifiutare il legame tra l’esperienza e il brand e godersi solo l’evento in quanto tale.
Esistono case study di aziende che hanno creato brand ora molto forti ad un costo prossimo allo zero con campagne di stickering. Crede che sia un esempio felice e unico oppure è una via percorribile?
A mio avviso, tutte le iniziative che nascono dall’ingegno e vengono coltivate con pazienza e intelligenza possono divenire storie di successo.
Qual è secondo Lei l’azienda cliente ideale per la pubblicità non convenzionale? Una startup, una PMI o una grande azienda? Le multinazionali pachidermiche possono avvantaggiarsi con tecniche di guerrilla advertising o sono di fatto tagliate fuori?
Lavoro in una società di consulenza la cui funzione è fornire servizi avanzati di analisi sensoriale. E’ un praticamente un think tank, un gruppo di professionisti di diversa estrazione che elabora idee e le sperimenta per proporre soluzioni ai propri clienti, spesso per anticiparli sui loro bisogni futuri. Questo solo per dire che ritengo la PMI il terreno ideale per iniziare a parlare di concetti nuovi e a sperimentarne le applicazioni. Una startup potrebbe essere troppo immatura nella relazione con il cliente a meno che non sia fondata da persone di esperienza. Le multinazionali della comunicazione soffrono di gigantismo, hanno grandi risorse ma anche grandi limiti, chi vi lavora ha meno margine di manovra, le gerarchie sono più severe. E’ normale in aziende con migliaia di dipendenti. La loro capacità sta soprattutto nell’ascoltare e osservare, riproponendo in grande quanto altri sperimentano a livello più micro.
Come reputa la situazione della pubblicità non convenzionale in Italia? In un paese dove la promozione è ancora volantinaggio c’è qualche speranza?
Non credo esista una pubblicità non convenzionale. La pubblicità è convenzionale per sua natura, ha tecniche e stili. Se parliamo di comunicazione non convenzionale, credo che siamo indietro come capacità di osare. Molta della nostra comunicazione è stereotipata e affidata a modelli che forse oggi funzionano sempre meno perché non puntano a un vero coinvolgimento dell’utente finale, ma cercano la mera persuasione. Questo è particolarmente vero nell’agroalimentare che nel nostro paese è un settore fondamentale per l’economia e molto indicativo del modo in cui si fa comunicazione. Nella mia esperienza quotidiana noto da parte di molti clienti comunque un certo grado di interesse per le modalità non convenzionali di affrontare la comunicazione. Poi molti pensano ancora all’evento con il testimonial, ma la speranza è l’ultima a morire
Esame di coscienza: le relazioni con i media
Grazie a Italo Vignoli per avere segnalato questo documento di Robert J. Oltmanns, presidente di Skutski & Oltmanns. Mi hanno colpito soprattutto le regole per delle relazioni efficaci con i media:
1. Fewer and better news releases
2. Develop media relationships
3. Know the publications and reporters you’re pitching
4. Think like a reporter
5. Help reporter do his/her job
6. Know how and when to pitch
7. Speak, write in English – No jargon!
8. Don’t sacrifice your reputation for a story
Esame di coscienza: seguo quotidianamente queste regole, che mi sembrano sacrosante e che ho ben presenti?
1. Meno comunicati stampa ma migliori
Dai, qui ci sono. Onestamente spesso ho dissuaso i miei clienti dal diffondere comunicati stampa autocelebrativi. Mi impegno a non disturbare i colleghi che sono già massacrati da decine di comunicati inutili al giorno.
2. Sviluppa le relazioni con i media
Qua ci provo: è un obiettivo fondamentale. Richiede tempo, si percepiscono i risultati dopo un anno che si è iniziato a lavorare, quando si è prodotto abbastanza materiale per dimostrare la competenza e diventare un centro d’interesse in un settore.
3. Conosci le pubblicazioni e i giornalisti che contatti
Sì, conosco tutti i principali colleghi dell’agroalimentare. E loro conoscono me. Per molti ho rispetto, di alcuni penso che siano semplicemente degli intoccabili. E non per presunzione, ma perché a toccare quella roba lì ci si sporca. Conosco anche molti blogger e devo dire che di alcuni apprezzo la grande passione e franchezza. Altri erano dei poveri idioti autoreferenziali prima dell’avvento di Internet e tali sono rimasti.
4. Pensa come un giornalista
Sono giornalista anch’io, molto specializzato, focalizzato su temi particolari. Mi viene naturale pensare come un giornalista, capisco esattamente tutti i problemi che possono avere i colleghi. Dono di natura? No, stando insieme a loro, parlando, confrontandomi ho imparato le regole della professione. E le imparo e reimparo tutti i giorni. Grazie colleghi, mi avete insegnato tanto.
5. Aiuta il/la giornalista a fare il suo lavoro
E ci mancherebbe, potrebbe dire qualcuno. Eppure mi hanno riferito di addetti stampa che proprio se ne sbattono dei colleghi. Ti serve una foto? Te la mando quando e come posso. Scrivi per un piccolo giornale? Ma va’ a quel paese. Dai ragazzi, siamo pagati per dare una mano ai colleghi, se non lo facciamo per orgoglio personale, almeno per il puzzo dei soldi che ci danno. (Ma io lo faccio perché non vorrei trovarmi un giorno a chiudere un pezzo e a prendermi una porta in faccia, siamo tutti sulla stessa barca).
6. Conosci quando e come contattare il giornalista
Insomma, le redazioni hanno un loro ritmo vitale, i giornalisti hanno esigenze diverse a seconda della testata. Certo che, onestamente, è dura riuscire a fare un lavoro sartoriale, un abito cucito su misura ogni volta. Anzi, spesso è impossibile, direi che qui personalmente cerco di comportarmi con molto buon senso, scusate sin d’ora per eventuali e probabili sbavature.
7. Parla e scrivi in inglese, lascia perdere il gergo
Nel mio settore, l’agroalimentare, questo accade raramente. C’è molto gergo, intendo dire in italiano, soprattutto nel settore del vino. Il sottoscritto, che invece è tecnico perché, volente o nolente, gli hanno fatto una buona e sana formazione interna, cerca di essere meno criptico possibile. Anzi, di spiegarsi in parole il più comprensibili possibile.
8. Non sacrificare la tua reputazione per una storia.
Non voglio sputtanarmi.